ALLA LUCE DELLA LAUDATO SI’, DOPO 5 ANNI DALLA SUA PUBBLICAZIONE

Di Maria Luisa Pecetti (*)

La “Laudato sì” punta su un nuovo stile di vita che poggi sulla coscienza di una origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso. Il Papa non si stanca di ripeterci che è sempre possibile una nuova capacità di uscire da sé stessi verso l’altro, senza di essa non si riconoscono le altre creature nel loro valore proprio, non interessa prendersi cura di qualcosa a vantaggio degli altri, manca la capacità di porsi dei limiti per evitare la sofferenza o il degrado di ciò che ci circonda. Quando usciamo da noi stessi si può generare un nuovo stile di vita capace di generare un cambiamento significativo nella società.

Bisogna rafforzare la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana abbattendo le eccessive disuguaglianze e stabilendo una nuova alleanza tra umanità e natura.

Nell’enciclica “Laudato sì” il Papa rivolge un monito all’umanità “tutti siamo responsabili della casa comune che abbiamo ricevuto in dono”. Avvelenare il creato è come tagliare il ramo sul quale si sta appoggiati.

Per questo rivolge un accorato appello a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. La coscienza della gravità della crisi culturale ed economica deve tradursi in nuove abitudini e per questo siamo davanti ad una sfida educativa.

Serve poi una nuova consapevolezza del collegamento che esiste tra attività umana e sviluppo di nuove malattie. La riduzione della biodiversità e l’uso sconsiderato delle risorse generano la distruzione del creato con conseguenze spesso incontrollabili.

Oggi ci troviamo davanti ad una situazione imprevista ma non imprevedibile e questa situazione può ripresentarsi anche nel futuro.

Queste problematiche sono state affrontate dal Santo Padre ben prima della pandemia. Nell’Enciclica si sottolinea l’importanza di stabilire una nuova alleanza tra umanità e natura e la necessità di invertire la rotta riformando i principi di una economia che ha alla base l’esclusione e lo scarto come conseguenza necessaria.

“Signore non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami… ci siamo illusi di rimanere sani in un mondo malato” così diceva il Papa non molto tempo fa allo scoppiare del coronavirus.

Prendendo forza dalla ricchezza umana e spirituale dell’enciclica, la Caritas, in questo tempo in cui la pandemia ha ampliato le problematiche delle persone e dell’ambiente, vuole essere fermento di condivisione e, mentre non cessa di far fronte ad una emergenza sociale pressante con una vicinanza ed un sostegno significativo agli ultimi, mantiene anche uno sguardo lontano verso un “dopo” fondato sulla promozione integrale dell’uomo.

In questo tempo difficile la Caritas ha sperimentato, in mezzo alle difficoltà, tanta solidarietà e vicinanza da parte di molte persone che, nel loro piccolo, si sono sentite interpellate dalla sofferenza dei poveri ed hanno risposto con generosità.

Così conclude il Papa la sua enciclica: “l’amore pieno di piccoli gesti di cura reciproca è anche civile e politico e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore. L’amore per la società e l’impegno per il bene comune sono una forma eminente di carità, che riguarda non solo le relazioni tra gli individui ma anche le macrorelazioni, i rapporti sociali, economici, politici.” In tal modo ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri, con un senso di solidarietà che è allo stesso tempo consapevolezza di abitare nella casa comune che Dio ci ha affidato.

(*) Condirettrice della Caritas diocesana di Perugia-Città della Pieve