Don Marco Briziarelli nuovo direttore della nostra Caritas diocesana

Don Marco Briziarelli nuovo direttore della nostra Caritas diocesana
«Non c’è vita in un cristiano senza la Carità»

«Non c’è vita in un cristiano senza la Carità». A ricordarlo è don Marco Briziarelli, neo direttore della Caritas diocesana di Perugia-Città della Pieve, designato a tale incarico dal cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti. Il prossimo 29 settembre (ore 18), presso il “Villaggio della Carità-Sorella Provvidenza”, gli verrà dato il benvenuto dal suo predecessore, il diacono Giancarlo Pecetti, alla presenza dello stesso cardinale e degli operatori e volontari Caritas. Don Marco, già membro del Consiglio direttivo della Caritas diocesana in qualità di assistente spirituale, sabato 26 settembre (ore 16), sarà con le famiglie ospiti del “Villaggio della Carità”, impartendo, nella vicina chiesa parrocchiale di San Barnaba, il sacramento del battesimo a tredici fanciulli e adolescenti di queste famiglie. Il “Villaggio”, oltre a dare un tetto dignitoso a persone che lo hanno perduto causa di difficoltà economiche, spesso perché senza più un lavoro, è un luogo di crescita cristiana nella Carità come evidenza, nell’intervista che segue, don Marco dopo un suo breve tratto biografico.

Nato a Perugia il 29 settembre 1980, don Marco Briziarelli, dopo aver concluso gli studi liceali acquisendo una formazione scientifica, si è sentito sempre più attratto dalla Parola di Dio e dagli insegnamenti evangelici messi in pratica nella vita quotidiana, che lo hanno portato, all’età di 29 anni, ad entrare in Seminario e a frequentare l’Istituto Teologico di Assisi, ricevendo l’ordinazione sacerdotale il 29 giugno 2016. Tra gli incarichi diocesani di rilievo ricoperti fino ad oggi dal neo direttore della Caritas, quelli di vice direttore dell’Ufficio per la pastorale vocazionale e di presidente dell’Associazione Onlus “Amici del Malawi”. Attualmente è vice parroco delle parrocchie dell’Unità pastorale di San Sisto-Sant’Andrea delle Fratte-Lacugnano.

L’intervista.

Don Marco, dal 29 settembre è ufficialmente il nuovo direttore della nostra Caritas diocesana, giorno in cui la Chiesa celebra la festa liturgica degli Arcangeli, una giornata importante per lei…

«Si, importante per la festa degli Arcangeli, per l’inizio del mio nuovo incarico e anche per il compimento dei miei 40 anni. E’ una data significativa che non dimenticherò facilmente nella vita, con tanta gratuità nel cuore al Signore per questo dono che mi ha fatto, attraverso il cardinale. La grande responsabilità che mi viene affidata nella direzione della Caritas diocesana sarà proprio un vivere a contatto con tutte le povertà, come ci ricorda papa Francesco: “toccare un povero è come toccare la carne di Cristo”, e quindi questo me lo sento forte, me lo sento vicino nella mia vita e ringrazio davvero il cardinale Bassetti, il nostro vescovo, ed anche il vescovo ausiliare Marco, per la fiducia che mi hanno dato nell’affidarmi questo incarico».

Non è la prima volta che lei si occupa di pastorale della carità, ha già un’esperienza alle spalle, quella di presidente dell’Associazione “Amici del Malawi”, che la porta periodicamente a contatto con la popolazione di uno dei Paesi più poveri del mondo.

«Si, è un’esperienza che risale al 2012 insieme alla pastorale giovanile, iniziata come volontario di questa associazione attraverso il progetto “Giovani in Missione”. E’ un progetto che ha permesso a me e a don Francesco Verzini, di portare tanti e tanti ragazzi in Malawi. Quest’esperienza di volontariato è cresciuta e da quattro anni sono presidente della Onlus, continuando in maniera particolare a portare avanti il progetto “Giovani in Missione”. Anche quest’anno saremmo dovuti partire per il Malawi con due gruppi di 15 ragazzi, ma l’emergenza Covid-19 ce lo ha impedito. Resta chiaramente la vicinanza nel cuore a queste popolazioni. Sono tanti i progetti che abbiamo fatto anche in questo tempo di pandemia per la prevenzione in Malawi dove parlare di cure è veramente difficile, ma la grande scommessa è la prevenzione. Nel continuare anche a guidare l’Associazione, ho una grande possibilità, una grande strada, quella di conoscere e toccare realmente di più la povertà in terra di missione, all’estero, che ci insegna ad affrontare meglio a casa nostra tante situazioni difficili che ogni giorno si presentano ai nostri Centri di ascolto Caritas».

Quindi al centro della sua azione pastorale pone il binomio “carità e missione”…

«Carità, missione e giovani, come diceva il cardinale Carlo Maria Martini. Tre aspetti che diventano proprio un tripode sul quale fondare la carità. Tanta formazione e puntare a una carità che sia proprio un percorso di crescita, che non sia tanto un’azione ma che diventi uno stile di vita».

La carità è anche vocazione. Come vive questo rapporto il vice direttore dell’Ufficio diocesano per le vocazioni?

«La carità è vocazione, è vocazione proprio del nostro battesimo. Come cristiani siamo proprio chiamati ad amare la povertà in senso lato, tutte le povertà, tutte le fragilità. Siamo chiamati ad innervarle della presenza di Gesù Cristo e portare speranza, accoglienza, ascolto e dignità di fronte a ogni fratello che si trovi nella difficoltà. Questa è opera di carità che diventa una vocazione, vocazione alla vita perché un cristiano senza carità non può vivere, non c’è vita in un cristiano senza la carità».

La vocazione alla carità può germogliare anche in età adulta?

«Certamente, l’opera di tanti volontari adulti, spesso in età avanzata, è preziosissima perché è portata avanti con tanta fatica. Lo abbiamo visto nel periodo acuto dell’emergenza sanitaria, dove, giustamente, in molti sono rimasti a casa. La loro assenza si è sentita molto, anche se in parte è stata colmata dai più giovani ed anche questo è un bel segno di speranza. Diversi anziani, però, quando hanno potuto sono ritornati a fare i volontari, un gesto che è anche una vocazione di vita profonda e d’insegnamento. Il volontariato, in generale, si regge grazie a persone di una certa età nell’essere anche punti di riferimento e di esempio per le nuove generazioni. Per questo la Caritas, ma non solo, sarà sempre grata ai volontari anziani continuando a valorizzarli e a prenderli nella dovuta considerazione».

A lei è stata affidata la guida della Caritas diocesana in un momento particolarmente difficile, come ha accennato prima, viviamo nel tempo del Covid-19, come pensa di affrontare questa emergenza sanitaria?

«E’ un’emergenza che è diventata e diventerà emergenza economica, tante aziende sono in difficoltà, tanti posti di lavoro sono a rischio, ma c’è un’emergenza relazionale che forse è quella ancora più grave. Il Covid-19 ha veramente cambiato tanti punti di riferimento, ci ha messo di fronte anche a un nuovo modo di relazionarci, e quindi unita alla povertà materiale si è innestata una povertà relazionale, anche quella da vivere, da affrontare, da incontrare».

Don Marco, lei ha parlato di lavoro e il lavoro è stato uno degli ambiti pastorali e socio-caritativi più a cuore al suo predecessore, il diacono Giancarlo Pecetti, che ha guidato la nostra Caritas diocesana negli ultimi quattro anni insieme alla moglie Maria Luisa Paci. Lo sarà anche per lei?

«Giancarlo e Maria Luisa, come direttore e co-direttore, hanno lavorato tantissimo, nella dignità. La dignità, questa parola a loro molto cara, la dignità di un povero, la dignità che riparte dal proprio lavoro. Sono tanti i progetti che hanno portato avanti, che lasciano un grande segno per la carità nella nostra Diocesi. Unitamente al lavoro c’è la grande scommessa dei quattro Empori. E’ davvero grande l’eredità che mi viene lasciata per un impegno profuso da Giancarlo e Maria Luisa, sia lui come diacono, ma proprio come famiglia, marito e moglie. Veramente hanno dato la vita in questi anni e va a loro tutta la nostra gratitudine».

Altro ambito particolarmente a cuore a Giancarlo e a Maria Luisa è stato il volontariato e la formazione dei volontari…

«Un ambito, questo, a me molto caro e credo che sia necessaria una formazione per i volontari. Una formazione importante perché accogliere un povero significa avere capacità di ascolto, significa farsi prossimi di un fratello, affiancarlo, camminare con lui ridargli speranza. E’ saper guardare oltre, guardarlo come lo sta guardando Gesù Cristo, guardarlo con un amore che va al di là dei risultati, che va al di là di quello che noi possiamo realmente vedere in un processo di crescita. E per questo serve formazione, una formazione indubbiamente cristiana ma anche una formazione di competenze tecniche. Anche per me, come direttore, si apre un tempo di grande formazione personale e comunitaria con le équipe con le quali poteremo avanti i progetti già esistenti e quelli nuovi che lo Spirito Santo susciterà alla nostra fantasia».

Don Marco, Lei è anche vice parroco a San Sisto, quartiere in costante espansione demografica e sociale, con tanti problemi legati anche al fenomeno dell’integrazione. Quanto è importante oggi essere di prossimità come Chiesa e come uomini per dare un contributo, anche culturale e sociale, allo sviluppo delle comunità periferiche della città?

«E’ fondamentale, perché, come dicevo, c’è anche una grande varietà di povertà e noi siamo proprio chiamati come dice il Papa ad uscire, ad andare incontro, a cercare questi fratelli e non aspettare che questi arrivino. Un grande merito della mia formazione all’accoglienza dei più bisognosi va al mio parroco don Claudio Regni, vero maestro di carità. Don Claudio, nei miei primi quattro anni di sacerdozio, mi ha fatto conoscere il quartiere di San Sisto che si è rivelato, per me, una grandissima palestra. Tra pochi giorni lascerò la parrocchia con grande dispiacere, da una parte, ma con una grande apertura, sapendo che è tantissimo quello che ho ricevuto da molti fratelli che sono stati prossimi a me; quindi non posso e non possiamo non essere prossimi a chi incontriamo».

A cura di Riccardo Liguori con la collaborazione di Anna Maria Angelelli